lunedì, maggio 16

Hands on, hands off



Quella notte eravamo io e lei nel letto
dopo aver fatto l'amore lei, come al solito, apriva la porta della terrazza per fumare
di solito mi alzavo anche io
e fumavamo vicini, mezzi nudi, senza mai dire niente
quella notte parlammo molto intesamente
in realtà io ero un bravissimo oratore
e lei un'ottima ascoltatrice
le lessi queste pagine come ultima porta da aprire dentro di me
è stata una notte intensa e con un alba irripetibile
credo che con certe persone si possa toccare un apice talmente alto
da non poterlo più raggiungere
e rimanerne irrimediabilmente delusi.
...rimanemmo in silenzio fino allo spuntare del sole
poi ci sdraiammo
ancora una volta
in più



Il pianto della scavatrice
Pier Paolo Pasolini

    I
     
    Solo l'amare, solo il conoscere
    conta, non l'aver amato,
    non l'aver conosciuto. Dà angoscia
     
    il vivere di un consumato
    amore. L'anima non cresce più.
    Ecco nel calore incantato
     
    della notte che piena quaggiù
    tra le curve del fiume e le sopite
    visioni della città sparsa di luci,
     
    scheggia ancora di mille vite,
    disamore, mistero, e miseria
    dei sensi, mi rendono nemiche
    le forme del mondo, che fino a ieri
    erano la mia ragione d'esistere.
    Annoiato, stanco, rincaso, per neri
     
    piazzali di mercati, tristi
    strade intorno al porto fluviale,
    tra le baracche e i magazzini misti
     
    agli ultimi prati. Lì mortale
    è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
    alla stazione di Trastevere, appare
     
    ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
    alle loro borgate, tornano su motori
    leggeri - in tuta o coi calzoni
     
    di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
    i giovani, coi compagni sui sellini,
    ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
     
    chiacchierano in piedi con voci
    alte nella notte, qua e là, ai tavolini
    dei locali ancora lucenti e semivuoti.
     
    Stupenda e misera città,
    che m'hai insegnato ciò che allegri e
    feroci
    gli uomini imparano bambini,
     
    le piccole cose in cui la grandezza
    della vita in pace si scopre, come
    andare duri e pronti nella ressa
     
    delle strade, rivolgersi a un altro uomo
    senza tremare, non vergognarsi
    di guardare il denaro contato
     
    con pigre dita dal fattorino
    che suda contro le facciate in corsa
    in un colore eterno d'estate;
     
    a difendermi, a offendere, ad avere
    il mondo davanti agli occhi e non
    soltanto in cuore, a capire
     
    che pochi conoscono le passioni
    in cui io sono vissuto:
    che non mi sono fraterni, eppure sono
     
    fratelli proprio nell'avere
    passioni di uomini
    che allegri, inconsci, interi
     
    vivono di esperienze
    ignote a me. Stupenda e misera
    città che mi hai fatto fare
     
    esperienza di quella vita
    ignota: fino a farmi scoprire
    ciò che, in ognun, era il mondo.
     
    Una luna morente nel silenzio,
    che di lei vive, sbianca tra violenti
    ardori, che miseramente sulla terra
     
    muta di vita, coi bei viali, le vecchie
    viuzze, senza dar luce abbagliano
    e, in tutto il mondo, le riflette
     
    lassù, un po' di calda nuvolaglia.
    È la notte più bella dell'estate.
    Trastevere, in un odore di paglia
     
    di vecchie stalle, di svuotate
    osterie, non dorme ancora.
    Gli angoli bui, le pareti placide
     
    risuonano d'incantati rumori.
    Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
    - sotto festoni di luci ormai sole -
     
    verso i loro vicoli, che intasano
    buio e immondizia, con quel passo blando
    da cui più l'anima era invasa
     
    quando veramente amavo, quando
    veramente volevo capire.
    E, come allora, scompaiono cantando.

    II
     
    Povero come un gatto del Colosseo,
    vivevo in una borgata tutta calce
    e polverone, lontano dalla città
     
    e dalla campagna, stretto ogni giorno
    in un autobus rantolante:
    e ogni andata, ogni ritorno
     
    era un calvario di sudore e di ansie.
    Lunghe camminate in una calda caligine,
    lunghi crepuscoli davanti alle carte
     
    ammucchiate sul tavolo, tra strade di
    fango,
    muriccioli, casette bagnate di calce
    e senza infissi, con tende per porte...
     
    Passano l'olivaio, lo straccivendolo,
    venendo da qualche altra borgata,
    con l'impolverata merce che pareva
     
    frutto di furto, e una faccia crudele
    di giovani invecchiati tra i vizi
    di chi ha una madre dura e affamata.
     
    Rinnovato dal mondo nuovo,
    libero - una vampa, un fiato
    che non so dire, alla realtà
     
    che umile e sporca, confusa e immensa,
    brulicava nella meridionale periferia,
    dava un senso di serena pietà.
     
    Un'anima in me, che non era solo mia,
    una piccola anima in quel mondo
    sconfinato,
    cresceva, nutrita dall'allegria
     
    di chi amava, anche se non riamato.
    E tutto si illuminava, a questo amore.
    Forse ancora di ragazzo, eroicamente,
     
    e però maturato dall'esperienza
    che nasceva ai piedi della storia.
    Ero al centro del mondo, in quel mondo
     
    di borgate tristi, beduine,
    di gialle praterie sfregate
    da un vento sempre senza pace,
     
    venisse dal caldo mare di Fiumicino,
    o dall'agro, dove si perdeva
    la città fra i tuguri; in quel mondo
     
    che poteva soltanto dominare,
    quadrato spettro giallognolo
    nella giallognola foschia,
     
    bucato da mille file uguali
    di finestre sbarrate, il Penitenziario
    tra vecchi campi e sopiti casali.
     
    Le cartacce e la polvere che cieco
    il venticello trascinava qua e là,
    le povere voci senza eco
     
    di donnette venute dai monti
    Sabini, dall'Adriatico, e qua
    accampate, ormai con torme
     
    di deperiti e duri ragazzini
    stridenti nelle canottiere a pezzi,
    nei grigi, bruciati calzoncini,
     
    i soli africani, le piogge agitate
    che rendevano torrenti di fango
    le strade, gli autobus ai capolinea
     
    affondati nel loro angolo
    tra un'ultima striscia d'erba bianca
    e qualche acido, ardente immondezzaio...
     
    era il centro del mondo, com'era
    al centro della storia il mio amore
    per esso: e in questa
     
    maturità che per essere nascente
    era ancora amore, tutto era
    per divenire chiaro - era,
     
    chiaro! Quel borgo nudo al vento,
    non romano, non meridionale,
    non operaio, era la vita
     
    nella sua luce più attuale:
    vita, e luce della vita, piena
    nel caos non ancora proletario,
     
    come la vuole il rozzo giornale
    della cellula, l'ultimo
    sventolio del rotocalco: osso
     
    dell'esistenza quotidiana,
    pura, per essere fin troppo
    prossima, assoluta per essere
     
    fin troppo miseramente umana.

    1956

Nessun commento: