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lunedì, aprile 8

Albonea



Albonea

Già la vedi e la senti.
Ognuno di noi può ritrovare, scavando a fondo nei ricordi, l'immagine
di una anziana signora dall'aspetto del tutto simile a quello di una
strega.
Affacciata al balcone, coi capelli grigi, lunghi e arruffati, mentre
urla al vento di smettere di soffiare.
Esci dalla macchina e adesso non è come la prima volta.
Adesso non urla anche verso di te.
Albonea non ricorda molto della sua vita.
Non ricorda il nome di suo marito, ma si ricorda della sua voce calma e forte.
Non ricorda la via dove abitava, ma sa benissimo descrivere l'odore
che c'era nell'aria.
Non ricorda di avere un conto in banca, ma sa ancora ricamare meglio
di una Singer.
Non ricorda il nome di sua sorella, ma si ricorda di quando le metteva
il rossetto.
Non ricorda dove si sposò, ma l'eco delle danza in abito bianco, la fa
ancora sorridere.
Non ricorda di aver mangiato a pranzo, ma non scorda mai di dar da
mangiare al suo cane.
Non ricorda di come sia arrivata qui, ma conosce la pianta di Bologna
come se l'avesse disegnata lei.
Non ricorda che sono già stato qui, in casa sua, poche ore fa, ma mi
abbraccia sulla soglia come se non mi vedesse da tempo.
Non ricorda il mio nome, ma si ricorda che ci si può fidare.
Non ricorda di avermi mostrarto le sue foto centinaia di volte, ma mi
descrive per filo e per segno cosa succedeva mentre la macchina faceva
click.
Albonea non ricorderà niente, o quasi, anche di oggi.
E domani ricomincerà la sua vita di nuovo.
All'alba.
Un'alba nuova
Albonea.

domenica, aprile 24

Arrigo

<Guarda che è molto scorbutico.>
<Se fai finta di essere cretino, ti passa di più >
<Vai d'Arrigo?A povero te...>

Così ti veniva presentato.
Non è che ti sei scomposto..in tutti questi anni hai visto e conosciuto centinaia e centinaia di persone.
Capirai.Echesaràmai!
Lo hai pensato. E Fox ti aveva detto di non fare l'orgoglioso e il sostenuto.
Quando ti ha aperto la porta nel suo appartamento, situato all'interno di una delle strutture polivalenti più importanti della city, avevi capito che poi alle voci ogni tanto bisogna pur crederci.
Già urlava.
<Ah...Buona Pasqua>hai detto tu sorridendo
<La pasqua di sti maroni>
<Beh son uova anche quelle!>
(ti ha guardato storto)
<Mo chi mi hanno mandato? Dio  %&*§?ç!!!>
<Sempre sia lodato>hai detto tu sorridendo

(ti ha guardato storto)

<Tu devi venire prima che non n riesco a mettermi le calze anti-trombosi da solo>
<Sono un operaio, vengo quando mi dicono di venire>
(lo dici con la voce più ferma che hai)
<Beh hai ragione anche te...fammi il letto.sei capace a fare un letto, si?>
<ci proviamo>hai detto tu sorridendo
Da quel momento il dialogo è salito.
Arrigo aveva una piccola ditta di carpenteria con 15 dipendenti.
Con tutti i soldi guadagnati col suo sudore, si paga badanti su badanti.
Per lui e per sua moglie che è ricoverata.
Si paga anche l'affitto qui e l'assistenza.
Quando ti parlava di certi problemi, rispondevi in bolognese per scardinare tutti i tipi di muro generazionale e professionale.
e l'apice.
Guardi sotto il tavolo e noti degli strani vasi.
Normali bottiglie di plastica dei detersivi tagliate
e ricoperte da bambù con all'interno fiori di carta.
chiedi di poterle vedere meglio
<s'accomodi ragazzo> è stata la sua risposta e ti sentivi come Raoul Follerau nel Piccolo Lord.
Non erano oggettivamente bellissimi, ma più li guardavi, più ti piacevano.
Mentre ti perdi a fissare la tipica bottiglia del Perlana in via di copertura,
lui sta già tirando su la tapparella per entrare nel suo minuscolo giardinetto.
Si gira e ti sorride
(sì sorrideva)
Sei uscito e hai sgranato gli occhi.
Un tavolo con 3 ceppi d'olmo, vasi di legno ovunque, anche una carriola ricoperta.
<Qui sono io>ti ha detto semplicemente
Siete rimasti a chiacchierare fino al tuo tempo massimo.
Quando l'hai salutato ti ha sorriso per la seconda volta dicendoti
<ci volevano due chiacchiere>
<Buona Pasqua Arrigo>hai detto tu sorridendo
Mentre uscivi il portiere sogghignava e ti ha perfino chiesto:
<Eh quanto è scorbutico?Tosto eh?>

<Come il legno> hai risposto senza fermarti e ti sei riparato gli occhi dal sole, per accorgerti di quanto bambù ci sia intorno a te.


martedì, aprile 12

Foular

un'ora fa
lei mi guarda
io la guardo dritta negli occhi
so che sta per piangere
e non so se agire prima o aspettare
il mio istinto vince su tutto me stesso
come al solito....
l'abbraccio sento la mia spalla umida e i suoi singhiozzi
abbiamo 60 anni di differenza
ma in quel momento siamo "solo" due esseri umani

la stringo, ma non troppo che ho paura di farle male
cerco di pensare a come farla ridere..
improvviso...come se stessi suonando

<Maria tu devi ringraziare il signore che sono così tanto più giovane>
<altrimenti>mi chiede lei in dialetto

improvviso:
<altrimenti ti porterei via di qui ti farei sedere nella mia macchina aprendoti la portiera
e ti porterei al mare di corsa.
a Casal Borsetti dove andavi tu con tuo marito..
ti farei mettere un foular a fiori e rideresti nel vedermi che urlo mentre faccio il primo bagno in mutande.
Andremmo a mangiare alla Cubana.
Una grigliata come cristo comanda.
Potremmo bere anche del vino bianco senza paura del diabete
e dopo andare a dormire in pineta
con le cicale che fanno l'unica musica di cui avremmo bisogno
e dopo al tramonto ti riaccompagnerei a casa
e tutti e due avremmo il naso ustionato>
e lei:
< mo guarda che in pineta con te non ci vengo mica>
e io:
<perchè scusa?>
e lei:
<perchè mi salteresti addosso...mo io non te la do mica eh?>

io rido e alzo gli occhi al cielo
adesso anche lei ride
e penso che forse non è vero che si cambia così tanto
e che le donne
quelle vere
ci saranno sempre
e noi uomini ci sentiremo sempre dei babbei
al loro cospetto
e che corteggiarle anche solo per starle di fianco è l'unica cosa che ci fa sentire
veramente e finalmente
uomini

domenica, marzo 27

Enrico

tremare

dal latino tremere - verbo intransitivo (aus. avere; pres. io trèmo)

essere scosso da piccole contrazioni muscolari, dovute a paura, freddo o malattia:

Es: tremava per la febbre; tremava come una foglia dall'emozione

aver paura, temere:

Es: tremo al solo pensiero di quel che ti poteva capitare

detto di cose, oscillare, fare piccoli movimenti:

Es: le foglie tremano al vento; la terra trema.


Campanello.

Ascensore.

Specchio.Sguardo deciso.

Entro e sospiro.

Enrico trema.

Ha una novantina d'anni.

No, non è parkinson.

Enrico ha paura.

Trema come una lavatrice impazzita e non puoi fermarlo.

Sua moglie, un perfetto incrocio tra la Mondaini e la sir.na Rottermeier, è una matrona d'altri tempi, col ventaglio in una mano e uno spartito di Debussy nell'altra.

Una donna talmente tosta che Enrico la chiama mamma.

Anche oggi Enrico mi chiede come fermare il tremore.

io lo distraggo parlando del Bologna F.C. 1909,

io gli parlo di Di Vaio, lui risponde con Schiavio.

Ma trema.

Mi chiede come fermare il tremore.

Io lo distraggo parlando dell'Appennino tosco-emiliano,

io gli parlo di Castiglioncello, lui risponde con Vidiciatico

Ma trema.

Mi chiede come fermare il tremore.

Io lo distraggo parlando della buona tavola emiliana,

io gli parlo di tortellacci, lui risponde con tagliatelle

Ma trema.

Io lo distraggo parlando di profumo e di donne(lui lavorava alla Chanel)

chiedendogli:

Enrico, adesso che siamo da soli, facendo il tuo lavoro chissà quante ne hai conosciute di sventole eh..?

Enrico non trema.

4 anni d'assistenza e tremolio continuo.

Enrico non trema.

Alza lo sguarda e uno zigomo che accenna lontanamente ad un sorriso.

Rotea la mano come per indicare una quantità enorme.

E mi dice: ...Le donne sono come il profumo..ce ne sono tanti buoni, alcuni ti si appiccicano addosso, altri spariscono dopo un giorno..il segreto è trovare quello giusto per la tua pelle..e di solito è uno solo..

L'urlo di sua moglie che ci chiama ci interrompe.

Enrico trema.

China la testa.


Gli spruzzo del profumo.

Sì stavolta ci vuole Enrico.

sabato, marzo 26

Giuseppe


























I parallelismi tra gli uomini e gli animali ce li insegnano già dall’infanzia.

O forse siamo noi che li notiamo

Abituati grazie al buon signor Walter Elias Disney, ad impersonificare topi, paperi e cani, viene naturale il processo contrario.

Giuseppe era un orso, con tutto ciò che può significare.

Di poche parole, incline al ringhio, grosso di corporatura, maestoso per autodifesa e con gli occhi gentili.(In fondo qualsiasi grizzly può essere stato un teddy bear)

Mai fu più difficile conquistarsi la fiducia come con lui.

Forse perché ero un novizio, forse perché ero un ragazzo, forse perché ero giovane ma tant’era che proprio faceva fatica ad avermi intorno.

Di un contatto diretto nell’assistenza se ne parlava solo se strettamente necessario.

Mi guardava con quegli occhi torvi, indagatori, soppesando ogni mio movimento.

Ogni mia parola.

Reagii cercando dentro di me un barlume di professionalità per mostrami serio e competente ma non bastò mai.

E’ chiaro.

Vivere in un letto inclinato quasi a formare un’immaginaria L non aiutava a vivere l’anzianità in modo bonario.

Aver lavorato decenni fumando 2 pacchetti di sigarette al giorno mentre si stendevano chilometri di catrame sulle strade (che tutti i giorni percorro)lo aveva costretto a grossi problemi respiratori.

Già…di leggi sulla sicurezza nel luogo di lavoro a quei tempi non se ne parlava e se c’era qualche accorgimento, comunque blando rispetto ad oggi, non credo che l’orso l’avrebbe seguito.

Essendo Orso.

Ma quegli occhi non mi facevano del tutto bloccare.

Dopo aver vestito i panni del buon lavoratore vestii quelli dello scanzonato giovinastro e niente fu più come prima.

Se Giuseppe mostrava qualche freno nei miei confronti io rispondevo con una semplicissima e irriverente smorfia, gli immobilizzavo un alluce e lo fissavo.

Un giorno sorrise e non smise più di farlo.

Adorava accennarmi della sua morte e io mi arrabbiavo dicendogli che poteva parlare di tutto in casa sua ma non di morte quando ero presente anche io.

E dopo rideva e mi minacciava con un pugno.

Una domenica mattina mi chiese di fargli la barba.

Ancora oggi mi ricordo per filo e per segno la curva del suo collo quel giorno e di come mi tremavano le gambe.

Per quanto mi riguarda mancai di professionalità con Giuseppe.

Quando ci concessi qualche minuto in più.

Quando sperai ogni volta di non vedere l’ambulanza davanti casa sua.

Quando lo medicai senza averne l’autorizzazione medica.

Quando piansi.

Giuseppe è stato l’unico, fra persone incontrate nel mio lavoro, a cui sono andato al funerale.

Se una persona per te ha potuto significare il senso stesso del tuo lavoro lo dovevi fare.

Penso spesso alla sua risata e penso che anche quel giorno ridesse.

Un orso quando ride non si vede.

Un orso non ha bisogno di alzarsi in piedi per sapere quanto è grande.

Un orso…anche quando lo guardi in un documentario mentre emette il suo spaventoso ringhio, passano sempre 10 secondi in cui vorresti solo abbracciarlo.

giovedì, marzo 24

Ennio



Ci sono certe voci che possono essere disegnate.

Voci talmente particolari da essere imitate facilmente.

La voce di Ennio era cavernosa, sdrucciolevole e rauca fino all’inverosimile.

Già dalla prima stretta di mano sapevi che quella sua baldanza nascondeva altro.

Per Ennio era normalissimo essere aiutato. Facilmente ti chiedeva un appoggio e semplicemente otteneva rispetto.

Lui era “ Il Figlio del Pastore” e , diamine, il rispetto era dovuto.

Era usanza fra tutti i partigiani, sia rossi che azzurri, darsi un nome di battaglia.

Quello di Ennio era uno dei tanti nomi mai scelti, ma appiccicati addosso dalla vita e dalle scorciatoie lessicali della gente di un villaggio.

Essere stato partigiano per lui era più che un onore.

La sua naturalezza, disarmante nel raccontarti anche le più gravi ingiustizie del regime, nel descriverti le gesta dei compagni che decisero di salire sulle colline che abbracciano la tua città e nel narrarti le emozioni di un ragazzo (più o meno della tua età) costretto ad imbracciare il fucile per difendere il suo cortile, ti colpiva ogni volta.

Tempo fa fra i tuoi concittadini era normale parlare della 36° Brigata Garibaldi o del 7° GAP, come degli eroi che avrebbero fatto impallidire tutti i fumetti Marvel.

Ancora oggi, dribblando revisionismi e incredibili vuoti di memoria, rimanevano echi di battaglie e tragedie come Sabbiuno, Pizzocalvo, Marzabotto e Montesole, ma ti era comunque inevitabile pensare che morti tutti i testimoni oculari qualcosa si sarebbe perso.

Ennio lo sapeva e durante i primi vostri incontri, i suoi occhi facevano trasparire riluttanza nel raccontarti la sua storia.

Fino a che non ti apristi e non gli dicesti che i libri sui partigiani da sempre tormentano il tuo comodino.

E vedesti di giorno in giorno come il suo petto si gonfiava quando ti raccontava di essere stato amico di Carlo Jussi; di come, insieme ad altri compagni, ripopolò i villaggi da Dozza a San Lazzaro.

Per Ennio era destino.

Il destino che lo portò a partecipare all’impresa di incuneare una delle più grandi macchine belliche che uomo abbia visto tra via Don Minzoni e Porta Lame in una delle più importanti battaglie partigiane della seconda guerra mondiale.

Per Ennio il destino era più che beffardo.

Ma non se ne lamentò mai troppo, semplicemente usava stringere i pugni per sentire che le vene pulsavano ancora, maledicendo il tempo vigliacco.

Per Ennio le medaglie erano incise sulla pelle.

E fu per questo che quando un solerte vigile urbano lo fermò nel più grande parco del paesino alle porte di Bologna per multarlo, poiché il suo cane era sprovvisto di guinzaglio e museruola, non si scompose,

non si arrabbiò, né protestò più di tanto.

Con la sua solita naturalezza, mischiata a stupore, disse al pubblico ufficiale che il cane era suo e lui era in casa propria. Il Vigile alzò gli occhi al cielo, credendo di trovarsi di fronte ad un anziano, e quindi (per lui) rimbecillito dal tempo.

Ma Ennio tirò fuori piano dal portafoglio la tessera dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) guardò, indicando un cartello la guardia, e disse.

Vede, io sono in casa mia.

Il cartello recitava ‘Parco della Resistenza’.

Il vigile non lo multò. E ogni anno il 25 Aprile Ennio veniva prelevato dal suo appartamento dal sindaco in persona per festeggiare la Liberazione.

E un giorno ci fui anche io in quella piazza.

Lui mi guardò dal palco e mi salutò e due certezze rimasero a mezz’aria.

Ennio ebbe la certezza che almeno un giovanotto salutava i partigiani e io che almeno un eroe nella mia vita lo avevo conosciuto.

Paolina


Ogni volta che entro in casa sua so come mi accoglierà.

Avrà quella fascia tra i capelli che la fa sentire in ordine.

Fingerà anche stavolta di essere piacevolmente stupita, sorriderà e stringerà gli occhi.

Entrare in casa di Paolina mi fa sempre lo stesso effetto.

Pile di scatole di latta, dorate e con figure che si abbracciano.

Ovunque ceste e cestini, la tovaglia colma di limoni, la macchina da cucire che sembra eternamente in pausa.

Al sole ci saranno le spugne e i burazzi (strofinacci per i non indigeni)e sui muri quadri di paesaggi che odorano tanto di Appennino.

Mi siederò da un lato del tavolo e lei dall’altro.

E mentre lo farò fissero sempre lo stesso oggetto.

Un manichino coperto da un vecchio telo trasparente che fa intravedere della stoffa rossa.

C’è sempre qualche secondo in cui ci guardiamo prima di parlare, in silenzio, semplicemente con un sorriso.

Paolina ha passato le 80 primavere e, oltre agli acciacchi di una vita, soffre di una malattia oramai rara.

La “bolognesite” la chiama lei.

Quando Paolina ti parla di Bologna è come quando sfogliavi un libro fisicamente più grande di te, magari sul tappeto in salotto, tra una macchinina e il pallone.

E lo vedi che la tua città era così.

Come un salotto elegante ma generoso.

Come un posto in cui ogni strada, anche quella a te più familiare, ti sembra un libro di Jack London.

E lo sai che te lo dirà anche questa volta.

Ti dirà di andare al tramonto sotto il portico di via Farini verso Collegio di Spagna e di guardare quando il sole si appoggia sulle colonne rosso bolognese.

Ti dirà di come s’irradia quel bagliore e di come, volenti o nolenti, ti entrerà nelle vene.

Rosso bolognese, oltre che un colore, è un simbolo.

Un rosso con 100 sfumature gentili.

Rassicurante.

Anche stavolta ti dirà che essere vecchi è una fregatura.

E anche stavolta fingerai di arrabbiarti e le dirai che essere giovani oggi, senza la guida dei nonni, sarebbe ancora più difficile.

Paolina ha passato le 80 primavere e, anche se si trascina gli acciacchi di una vita, non ha paura di soffrire e tanto meno di morire.

Paolina ha solo paura che le sue dita non possano più lavorare per finire la vestaglia rossa che c’è nascosta sotto il telo del manichino.

Una vestaglia che cuce da troppi anni.

La cuce un po’alla volta, fino a che gli occhi reggono, fino a che le nocche non scricchiolano.

Una vestaglia rossa, non per lei. Paolina dice che è troppo elegante per lei.

Ma è rossa e le ricorda quel portico che non vede da 30 anni.

E quel negozio che c’era tanto tempo fa dove, mano nella mano con suo padre, vedeva la sarta cucire con magia, pizzi sulle vestaglie.

Anche stavolta mi alzerò tristemente per andare via.

E anche stavolta si vergognerà di chiedermi un bacio.

E io la bacerò su quella ruga sotto lo zigomo e lei diventerà rossa.

Bolognese.

Toc-toc..

Paolina son Lele!