Ci sono cose che vanno finite.
Devi finirle fino a farle scomparire.
Altre non devono essere cominciate.
Altre da interrompere per riprenderle.
Siamo una generazione di insicuri.
Siamo costretti a non pensare.
Oppure a pensare troppo.
L'azione è parte imprescindibile della
crescita.
Parto.
Non sono neanche mai capitato per caso
in quella parte d'Italia.
Parto lo stesso.
La mia macchina ha ripreso da ieri a
fare viaggi lunghi, dopo quasi 3 anni di stop.
Sotto di me la sento tremare.
Sento che è indolenzita e ha voglia di
sgranchirsi.
Le montagne s'avvicinano e s'avvicina
quel stranissimo stato di perdita, oramai quasi dimenticato.
Quella sensazione di fare qualcosa per
se stessi e che oltrepassa i confini dell'abitudine.
Quella sensazione che ti fa dimenticare
le priorità.
O meglio le ridiscute.
Dormire e mangiare lasciano spazio.
In autostrada Lei mi manda le foto di
ciò che i suoi occhi stanno ammirando.
(E' così fottutamente strano
immaginare qualcuno che hai visto solo una volta.
Tempo fa.
Di lei mi ricordo bene l'orecchio
sinistro e la coda del suo occhio, abbinati.
Mi ricordo bene l'odore dei suoi
capelli corti.
Mi ricordo i suoi occhi che cercano.
Mi ricordo che ci siamo cercati mentre
ballavamo.
Mi ricordo che la prima cosa che ho
pensato guardandola è stata: "Midori?"
Non mi ricordo la sua voce.
Non mi ricordo che cosa l'ha fatta
scappare.
Non mi ricordo perchè alla fine non
sia venuta a casa mia.
Non mi ricordo quano ho deciso che lei
meritasse il mio risveglio.)
Esco dalla highway e cerco con la
tecnologia di arrivare, in questa città sconosciuta, il luogo
sconosciuto, per incontrare una semiconosciuta.
In realtà le strade per scendere dai
monti sono bloccate.
In realtà lei mi aveva avvisato.
In realtà lei è in un ritardo
clamoroso.
In realtà non mi crea problemi.
Sono a centinaia di chilometri da casa,
fra 11 ore dovrò lavorare e non so cosa sto facendo.
Non riesco a pensare a niente di
meglio.
Per me.
E allora è meglio che salgo io,
costeggio il lago quasi fino alla sua cuspide, quasi fino alle
pantofole delle Alpi.
Arrivo e un parcheggio mi salva.
C'è il freddo che scivola dalle vette
sul pelo dell'acqua e va a schiantarsi sulla mia fronte altissima e,
per l'occasione, ben stirata a dovere.
Fumo e non penso a niente.
Mi chiedo solo che cosa ci sia
nell'acqua a farmela apparire così nera.
Se non fosse per quella granaglia di
stelle riflesse e il viso di lei che esce dalla macchina potrei
pensare di essere matto come un cavallo.
Lei è qui e quella granaglia di stelle
non ci mollerà.
Al ritorno, nella notte più lunga,
nella trance da pilota,
credo di aver incontrato massimo 10
macchine in più di 300 km.
Tutto così nero, senza tecnologia
stavolta si viaggia.


