giovedì, marzo 24

Paolina


Ogni volta che entro in casa sua so come mi accoglierà.

Avrà quella fascia tra i capelli che la fa sentire in ordine.

Fingerà anche stavolta di essere piacevolmente stupita, sorriderà e stringerà gli occhi.

Entrare in casa di Paolina mi fa sempre lo stesso effetto.

Pile di scatole di latta, dorate e con figure che si abbracciano.

Ovunque ceste e cestini, la tovaglia colma di limoni, la macchina da cucire che sembra eternamente in pausa.

Al sole ci saranno le spugne e i burazzi (strofinacci per i non indigeni)e sui muri quadri di paesaggi che odorano tanto di Appennino.

Mi siederò da un lato del tavolo e lei dall’altro.

E mentre lo farò fissero sempre lo stesso oggetto.

Un manichino coperto da un vecchio telo trasparente che fa intravedere della stoffa rossa.

C’è sempre qualche secondo in cui ci guardiamo prima di parlare, in silenzio, semplicemente con un sorriso.

Paolina ha passato le 80 primavere e, oltre agli acciacchi di una vita, soffre di una malattia oramai rara.

La “bolognesite” la chiama lei.

Quando Paolina ti parla di Bologna è come quando sfogliavi un libro fisicamente più grande di te, magari sul tappeto in salotto, tra una macchinina e il pallone.

E lo vedi che la tua città era così.

Come un salotto elegante ma generoso.

Come un posto in cui ogni strada, anche quella a te più familiare, ti sembra un libro di Jack London.

E lo sai che te lo dirà anche questa volta.

Ti dirà di andare al tramonto sotto il portico di via Farini verso Collegio di Spagna e di guardare quando il sole si appoggia sulle colonne rosso bolognese.

Ti dirà di come s’irradia quel bagliore e di come, volenti o nolenti, ti entrerà nelle vene.

Rosso bolognese, oltre che un colore, è un simbolo.

Un rosso con 100 sfumature gentili.

Rassicurante.

Anche stavolta ti dirà che essere vecchi è una fregatura.

E anche stavolta fingerai di arrabbiarti e le dirai che essere giovani oggi, senza la guida dei nonni, sarebbe ancora più difficile.

Paolina ha passato le 80 primavere e, anche se si trascina gli acciacchi di una vita, non ha paura di soffrire e tanto meno di morire.

Paolina ha solo paura che le sue dita non possano più lavorare per finire la vestaglia rossa che c’è nascosta sotto il telo del manichino.

Una vestaglia che cuce da troppi anni.

La cuce un po’alla volta, fino a che gli occhi reggono, fino a che le nocche non scricchiolano.

Una vestaglia rossa, non per lei. Paolina dice che è troppo elegante per lei.

Ma è rossa e le ricorda quel portico che non vede da 30 anni.

E quel negozio che c’era tanto tempo fa dove, mano nella mano con suo padre, vedeva la sarta cucire con magia, pizzi sulle vestaglie.

Anche stavolta mi alzerò tristemente per andare via.

E anche stavolta si vergognerà di chiedermi un bacio.

E io la bacerò su quella ruga sotto lo zigomo e lei diventerà rossa.

Bolognese.

Toc-toc..

Paolina son Lele!



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