Ci sono certe voci che possono essere disegnate.
Voci talmente particolari da essere imitate facilmente.
La voce di Ennio era cavernosa, sdrucciolevole e rauca fino all’inverosimile.
Già dalla prima stretta di mano sapevi che quella sua baldanza nascondeva altro.
Per Ennio era normalissimo essere aiutato. Facilmente ti chiedeva un appoggio e semplicemente otteneva rispetto.
Lui era “ Il Figlio del Pastore” e , diamine, il rispetto era dovuto.
Era usanza fra tutti i partigiani, sia rossi che azzurri, darsi un nome di battaglia.
Quello di Ennio era uno dei tanti nomi mai scelti, ma appiccicati addosso dalla vita e dalle scorciatoie lessicali della gente di un villaggio.
Essere stato partigiano per lui era più che un onore.
La sua naturalezza, disarmante nel raccontarti anche le più gravi ingiustizie del regime, nel descriverti le gesta dei compagni che decisero di salire sulle colline che abbracciano la tua città e nel narrarti le emozioni di un ragazzo (più o meno della tua età) costretto ad imbracciare il fucile per difendere il suo cortile, ti colpiva ogni volta.
Tempo fa fra i tuoi concittadini era normale parlare della 36° Brigata Garibaldi o del 7° GAP, come degli eroi che avrebbero fatto impallidire tutti i fumetti Marvel.
Ancora oggi, dribblando revisionismi e incredibili vuoti di memoria, rimanevano echi di battaglie e tragedie come Sabbiuno, Pizzocalvo, Marzabotto e Montesole, ma ti era comunque inevitabile pensare che morti tutti i testimoni oculari qualcosa si sarebbe perso.
Ennio lo sapeva e durante i primi vostri incontri, i suoi occhi facevano trasparire riluttanza nel raccontarti la sua storia.
Fino a che non ti apristi e non gli dicesti che i libri sui partigiani da sempre tormentano il tuo comodino.
E vedesti di giorno in giorno come il suo petto si gonfiava quando ti raccontava di essere stato amico di Carlo Jussi; di come, insieme ad altri compagni, ripopolò i villaggi da Dozza a San Lazzaro.
Per Ennio era destino.
Il destino che lo portò a partecipare all’impresa di incuneare una delle più grandi macchine belliche che uomo abbia visto tra via Don Minzoni e Porta Lame in una delle più importanti battaglie partigiane della seconda guerra mondiale.
Per Ennio il destino era più che beffardo.
Ma non se ne lamentò mai troppo, semplicemente usava stringere i pugni per sentire che le vene pulsavano ancora, maledicendo il tempo vigliacco.
Per Ennio le medaglie erano incise sulla pelle.
E fu per questo che quando un solerte vigile urbano lo fermò nel più grande parco del paesino alle porte di Bologna per multarlo, poiché il suo cane era sprovvisto di guinzaglio e museruola, non si scompose,
non si arrabbiò, né protestò più di tanto.
Con la sua solita naturalezza, mischiata a stupore, disse al pubblico ufficiale che il cane era suo e lui era in casa propria. Il Vigile alzò gli occhi al cielo, credendo di trovarsi di fronte ad un anziano, e quindi (per lui) rimbecillito dal tempo.
Ma Ennio tirò fuori piano dal portafoglio la tessera dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) guardò, indicando un cartello la guardia, e disse.
Vede, io sono in casa mia.
Il cartello recitava ‘Parco della Resistenza’.
Il vigile non lo multò. E ogni anno il 25 Aprile Ennio veniva prelevato dal suo appartamento dal sindaco in persona per festeggiare la Liberazione.
E un giorno ci fui anche io in quella piazza.
Lui mi guardò dal palco e mi salutò e due certezze rimasero a mezz’aria.
Ennio ebbe la certezza che almeno un giovanotto salutava i partigiani e io che almeno un eroe nella mia vita lo avevo conosciuto.
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