sabato, marzo 26

Giuseppe


























I parallelismi tra gli uomini e gli animali ce li insegnano già dall’infanzia.

O forse siamo noi che li notiamo

Abituati grazie al buon signor Walter Elias Disney, ad impersonificare topi, paperi e cani, viene naturale il processo contrario.

Giuseppe era un orso, con tutto ciò che può significare.

Di poche parole, incline al ringhio, grosso di corporatura, maestoso per autodifesa e con gli occhi gentili.(In fondo qualsiasi grizzly può essere stato un teddy bear)

Mai fu più difficile conquistarsi la fiducia come con lui.

Forse perché ero un novizio, forse perché ero un ragazzo, forse perché ero giovane ma tant’era che proprio faceva fatica ad avermi intorno.

Di un contatto diretto nell’assistenza se ne parlava solo se strettamente necessario.

Mi guardava con quegli occhi torvi, indagatori, soppesando ogni mio movimento.

Ogni mia parola.

Reagii cercando dentro di me un barlume di professionalità per mostrami serio e competente ma non bastò mai.

E’ chiaro.

Vivere in un letto inclinato quasi a formare un’immaginaria L non aiutava a vivere l’anzianità in modo bonario.

Aver lavorato decenni fumando 2 pacchetti di sigarette al giorno mentre si stendevano chilometri di catrame sulle strade (che tutti i giorni percorro)lo aveva costretto a grossi problemi respiratori.

Già…di leggi sulla sicurezza nel luogo di lavoro a quei tempi non se ne parlava e se c’era qualche accorgimento, comunque blando rispetto ad oggi, non credo che l’orso l’avrebbe seguito.

Essendo Orso.

Ma quegli occhi non mi facevano del tutto bloccare.

Dopo aver vestito i panni del buon lavoratore vestii quelli dello scanzonato giovinastro e niente fu più come prima.

Se Giuseppe mostrava qualche freno nei miei confronti io rispondevo con una semplicissima e irriverente smorfia, gli immobilizzavo un alluce e lo fissavo.

Un giorno sorrise e non smise più di farlo.

Adorava accennarmi della sua morte e io mi arrabbiavo dicendogli che poteva parlare di tutto in casa sua ma non di morte quando ero presente anche io.

E dopo rideva e mi minacciava con un pugno.

Una domenica mattina mi chiese di fargli la barba.

Ancora oggi mi ricordo per filo e per segno la curva del suo collo quel giorno e di come mi tremavano le gambe.

Per quanto mi riguarda mancai di professionalità con Giuseppe.

Quando ci concessi qualche minuto in più.

Quando sperai ogni volta di non vedere l’ambulanza davanti casa sua.

Quando lo medicai senza averne l’autorizzazione medica.

Quando piansi.

Giuseppe è stato l’unico, fra persone incontrate nel mio lavoro, a cui sono andato al funerale.

Se una persona per te ha potuto significare il senso stesso del tuo lavoro lo dovevi fare.

Penso spesso alla sua risata e penso che anche quel giorno ridesse.

Un orso quando ride non si vede.

Un orso non ha bisogno di alzarsi in piedi per sapere quanto è grande.

Un orso…anche quando lo guardi in un documentario mentre emette il suo spaventoso ringhio, passano sempre 10 secondi in cui vorresti solo abbracciarlo.

2 commenti:

corrientes ha detto...

stimo la tua costanza nello scrivere e nel fare ciò che fai
ale

Mountainarillo ha detto...

Sì però così arrossisco.
A me piace come scrivi.
sembra una frase di circostanza?
Però mi piace really!
ora sto andando a ritroso ma lo spagnolo mi manca...
:-)